ESCRITORES



Menino de Engenho





Autor: José Lins do Rego
Título: Menino de Engenho, El niño del ingenio de azúcar, PLANTATION BOY
Idiomas: port, esp, eng
Tradutor: Juan Martín Ruíz(esp), Emmi Baum(eng), Antonio Tabucchi(ita)
Data: 28/12/2004

IL FIGLIO DELLA PIANTAGIONE


1


José Lins do Rêgo

Avevo circa quattro anni il giorno che morì mia madre. Dormivo in camera mia, quel mattino, e mi svegliò la grande confusione che c’era in casa. Grida e gente che correva in su e in giù. La stanza da letto di mio padre era piena di gente che non conoscevo. Quando entrai vidi mia madre stesa sul pavimento e mio padre buttato su di lei come un pazzo, e tutti se ne stavano lì a guardare la scena come se fossero a uno spettacolo. Mi accorsi allora che mia madre era in una pozza di sangue, e corsi verso di lei per baciarla, ma mi afferrarono per un braccio con forza. Piansi, scalciai, ma non ci fu niente da fare. Poi arrivò un uomo con dei soldati e fece uscire tutti, perché lì ci poteva restare la polizia e basta.
Mi portarono nell’altra parte della casa, dove ognuno diceva la sua. Il servo, bianco come un panno, raccontava che dormiva ancora quando aveva sentito gli spari al primo piano. Aveva fatto le scale di corsa e aveva trovato mio padre ancora con la pistola in mano e mia madre in un lago di sangue. « Il dottore ha ucciso Dona Clarisse! » Perché? Nessuno riusciva a capirlo.
E io avevo una voglia disperata di andare vicino ai miei, di baciare e abbracciare mia madre. Ma la porta della camera era chiusa, e quell’uomo arcigno che era entrato non permetteva a nessuno di avvicinarsi. Il servo e la balia erano là dentro, socto interrogatorio. E di quello che successe dopo mi ricordo solo vagamente.
La sera il servo lesse per quelli di cucina i giornali, dove c’erano due grandi fotografie di mio padre e di mia madre. Io stavo a sentire come fosse una novella. Mi sembravano così lontani i fatti del mattino, che quel racconto mi interessava come se non fossero i miei genitori i protagonisti. Ma quando vidi nella pagina di uno dei giornali mia madre stesa per terra, con i capelli sciolti e la bocca aperta, scoppiai in un pianto convulso. Allora mi portarono nella piazzetta vicino a casa, dove c’erano altri bambini piccoli come me, e giocai con loro tutta la sera. Le serve non facevano altro che parlare di mio padre e di mia madre, raccontandosi cose cui non facevo caso, perché ero tutto preso dal gioco con i miei amici.
All’ora di dormire sentii veramente la mancanza della mamma. La casa vuota e la sua camera chiusa. Un soldato era rimasto di guardia. Le serve dei vicini erano venute a chiacchierare, ma il soldato non lo aveva acconsentito. Mi mandarono a dormire da solo. Ma il sonno non veniva. Chiudevo gli occhi, ma mi mancava qualcosa. Mi attraversavano la memoria, con una velocità confusa, gli avvenimenti del giorno. Allora cominciai a piangere, sommessamente, sul guanciale: il pianto soffocato di chi ha paura di piangere.

2

Ricordo bene mio padre. Era un bell’uomo alto, con occhi grandi e baffi neri. Stava spesso con me, e mi baciava, mi raccontava storie, mi faceva giocare. Tutte le sue cose erano mie. Potevo toccare i suoi libri, sporcargli i vestiti, a lui non gliene importava. A volte, però, entrava in casa silenzioso. Si sedeva su una poltrona o passeggiava per il corridoio con le mani dietro la schiena, e discuteva molto con la mamma. Gridava, diceva un sacco di cose, e gli veniva una faccia arrabbiata che mi faceva paura. E mia madre si chiudeva in camera singhiozzando. Io non capivo il perché di tutte quelle discussioni. So che, poco dopo, lui andava da mia madre e la baciava, e il resto della sera, finché io non andavo a letto, restava sempre con lei. e i suoi occhi arrossati indicavano che aveva pianto anche lui.
Gli volevo bene, perché tutte le cose che mi piaceva fare me le consentiva, e giocava con me a quattro zampe sul pavimento come un bambino della mia età. Soltanto dopo ho saputo molte cose su di lui: che era un temperamento eccitabile, un tipo nervoso, per il quale la vita possedeva solo il lato negativo. La sua storia, che ho conosciuto più tardi, è quella di un uomo trascinato dalle passioni, di un animo sensibile troppo preso dalle sue pene. Povero papà! Mi sembra ancora di vederlo uscire di casa fra le guardie, il giorno del suo delitto. Che aria disperata aveva sul suo volto di bambino! E l’abbraccio doloroso che mi diede! Capii poi, col tempo, perché aveva ceduto alla disperazione. L’amore che portava a mia madre era un amore folle. La prigione dove lo avevano portato non era certo adatta alla sua follia. Dieci anni dopo moriva in manicomio ucciso da una paralisi progressiva.

3

Tutte le fotografie che posseggo di mia madre non riescono a darmi la vera fisionomia che di lei ricordo: la dolce fisionomia del suo viso, della malinconica bellezza del suo sguardo. Ricordo che passava il giorno intero con me. Era piccola e minuta, con i capelli neri. Vicino a lei non sentivo neanche il desiderio di andar a giocare. Dona Clarisse, come la chiamava la servitù, sembrava proprio la figura di una stampa. Parlava a tutti col tono di voce di chi chiede un favore, docile e tenera come una collegiale. Era stata educata in un collegio di monache, orfana di madre, perché mio nonno era rimasto vedovo quando la bambina non parlava ancora. Figlia di grandi piantatori di zucchero, sembrava piuttosto, dalle sue maniere, una donna nata per la vita di clausura.
La sera era sempre lei che mi faceva dormire. Addormentarmi fra le sue braccia, ascoltando la sua cara voce in sordina, era il mio più grande piacere.
Mi faceva molte carezze. E quando mio padre arrivava in preda alle sue crisi, arrabbiato a morte, la vedevo piangere sommessamente, pronta a dimenticare subito le intemperanze verbali del marito. I domestici le volevano un gran bene, e lei li trattava con bontà, senza mai cattivo umore.
Ho passato ore intere a dipingere il ritratto di mia madre con i colori della mia immaginazione, e la vedo ancora prendersi cura di me, farmi il bagno, vestirmi. La mia memoria conserva ancora particolari così vivi, che il tempo non è riuscito a distruggere.
Il suo destino fu crudele: morire come morì, vittima di un eccesso di collera dell’uomo che tanto aveva amato; e poi proprio lei, così piena di pudore e di modestia, dover riempire le pagine dei giornali con le sue fotografie, con i menzogneri racconti sulla sua vita intima.
La morte di mia madre mi riempì di una malinconia disperata. Perché il destino era stato così ingiusto con lei, con una creatura così pura? Questa forza cieca del destino avrebbe fatto di me un ragazzo scettico e tormentato, sempre assillato dal timore di future disgrazie.
(…).

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Fonte: LINS DO RÊGO, José. Il figlio della piantagione. In: Il treno di Recife. Traduzione di Antonio Tabucchi. Milano: Longanesi & C., 1974. p. 23-7.

EL NIÑO DEL INGENIO DE AZÚCAR


I


José Lins do Rêgo

Yo tenía unos cuatro años el día en que mi madre murió. Dormía en mi cuarto cuando por la mañana desperté con un enorme bullicio en casa. Eran gritos y gente corriendo por todas partes. El dormitorio de mi padre estaba lleno de personas a las que no conocía. Corrí hacia allí, y vi a mi madre tendida en el suelo y a mi padre postrado ante ella, como enloquecido. Todo el que allí estaba contemplaba la escena, como si se tratase de un espectáculo. Vi entonces que el cuerpo de mi madre estaba bañado en sangre, y corrí para besarla, entonces me agarraron con fuerza del brazo. Lloré, intenté por todos los medios liberarme, pero no me dejaron hacer nada. Un hombre que llegó con los soldados mandó entonces que todos saliesen, que sólo podía quedarse allí la policía y nadie más.
Me llevaron al fondo de la casa, donde los comentarios sobre el hecho eran de lo más variado. El criado, pálido, contaba que aún dormía cuando oyó unos disparos en el primer piso, que subió corriendo, y vio a mi padre con un revólver en la mano y a mi madre ensangrentada. « ¡El doctor mató a doña Clarisse! » ¿Por qué? Nadie podía entenderlo.
Lo que yo sentía eran unas ganas desesperadas de ir junto a mis padres, de abrazar y besar a mi madre. Pero la puerta del cuarto estaba cerrada, y el hombre serio que antes entrara no permitía que nadie se acercase. El criado y el ama de llaves, decían, estaban allí dentro, en el interrogatorio. Lo que ocurrió después, no lo recuerdo con nitidez.
Por la tarde el criado leyó a todos los que estaban en la cocina los diarios con las grandes fotos de mi padre y de mi madre. Oí aquello como si fuese una historia de Trancoso. Me parecían tan lejanos, ya, los acontecimientos de la mañana, que escuchaba aquellos relatos como si mis padres no fuesen los protagonistas. Pero después de ver en una página de los periódicos a mi madre tendida, con los cabellos sueltos y la boca abierta, me eché a llorar convulsivamente. Me llevaron entonces a la plaza que había cerca de casa. Allí había otros niños de mi edad, y jugué con ellos toda la tarde. Las criadas hablaban mucho de mi padre y de mi madre, contándose unas a otras cosas a las que no prestaba atención, pues a lo que estaba atento era a mis juegos con los amigos.
A la hora de dormir fue cuando sentí verdaderamente la ausencia de mi madre. La casa vacía y su cuarto cerrado, un soldado se quedó, encargándose de todo. Las criadas de la vecindad querían ir a preguntar por allí. El soldado no lo consentía. Me acostaron y me dejaron solo hasta que llegase el sueño. Pero el sueño tardaba en llegar. Cerraba los ojos, pero me faltaba algo. Por mi cabeza pasaban, velozmente y truncados, los sucesos del día. Entonces comencé a llorar bajito, contra las almohadas, el llanto contenido de quien tiene miedo de llorar.

II

Aún recuerdo a mi padre. Era un hombre alto y bello, de ojos grandes y bigote negro. Siempre que estaba conmigo era para besarme, para contarme historias, para satisfacer mis deseos. Todo lo suyo era para mí. Yo desordenaba sus libros, ensuciaba sus ropas, y a mi padre no le importaba. A veces, sin embargo, él entraba en casa callado. Se sentaba en una silla o paseaba por el pasillo con las manos cogidas por detrás, y discutía mucho con mi madre, gritaba, decía tantas cosas… A veces su rostro expresaba ira, y daba miedo. Y mi madre salía del cuarto entre sollozos. Yo no sabía comprender el porqué de toda aquella discordia. Sé que, después, allí estaba él con mi madre, consolándola entre besos. Y el resto de la noche, hasta la hora de acostarme, era sólo con ella con quien él estaba, con los ojos rojos de haber llorado también.
Yo lo adoraba porque todo lo que quisiese hacer lo consentía, y jugaba conmigo en el suelo como si fuese un niño de mi edad. Después, fue cuando supe muchas otras cosas de él: que tenía un temperamento excitable, que era nervioso, que, en fin, era un ser a quien la vida sólo le mostraba su faz amarga. Su historia, que más tarde conocí, era la de un ser trastornado por las pasiones, la de un corazón demasiado sensible para contener su propia angustia. Pobrecillo, mi padre… Parece que lo estoy viendo cuando salía de casa con los soldados, el día del crimen. ¡Qué aire de desprecio mostraba su rostro altivo! ¡Qué doloroso abrazo me dio en aquella ocasión! Llegué a comprender, con el tiempo, la causa que lo llevó a la desesperación. El amor que sentía por su esposa era el amor de un loco. Su lugar no era la cárcel a la que lo llevaron. Mi pobre padre… Diez años después moría en el hospital, fulminado por una parálisis general.

III

Ninguno de los retratos que tengo de mi madre refleja la verdadera fisonomía que de ella recuerdo – la dulce fisonomía de aquel rostro, de aquella mirada de melancólica belleza –. Ella se pasaba el día entero conmigo. Era pequeña, tenía los cabellos negros. A su lado yo no necesitaba mis juguetes. Dña. Clarisse, como la llamaban los criados, parecía, propiamente, la figura de una ilustración. Hablaba a todos con el tono de voz de quien pidiese un favor, mansa y tierna como una niña de internado. Se educó en un colegio de monjas, sin madre, pues su padre enviudó cuando ella aún no había aprendido a hablar. Hija del señor del ingenio azucarero, parecía más por lo que contaban de su talante, una dama nacida para la vida del convento.
Por la noche ella me arrullaba. Adormecerme en sus brazos, oyendo el susurro de aquella voz, era mi primor de sibarita pequeño. Ella me colmaba de caricias. Y cuando mi padre llegaba con alguna de sus crisis, exasperado como un torbellino, yo la veía llorar, mas siempre presta a olvidar los excesos verbales de su marido. Los criados la adoraban. Ella también los trataba con una bondad que no conocía el mal humor.
Horas enteras permanezco pintando el retrato de esta madre angélica, con los colores que extraigo de la imaginación, y la veo así, cuidándome, bañándome y vistiéndome. Mi memoria aún guarda vivos detalles que el tiempo no consiguió destruir.
Su destino fue muy cruel: morir como murió, víctima de un arrebato de cólera del hombre a quien tanto amara y, por añadidura, los diarios sensacionalistas llenando sus páginas con aquellos relatos sobre ella – tan llena de pudor y recato –, con historias mentirosas sobre su vida íntima.
La muerte de mi madre llenó mi vida de un pesar desesperado. ¿Por qué hubo de ser con ella tan injusto el destino, injusto con una criatura en la que todo era puro? Esta fuerza arbitraria de la fatalidad iba a hacer de mí un niño medio escéptico, medio atormentado por sueños funestos.
(…).

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Fonte: LINS DO RÊGO, José. El niño del ingenio de azúcar. Traducción de Juan Martín Ruíz. Madrid: Celeste, 2000. p. 15-18.

PLANTATION BOY

1


José Lins do Rêgo

I was four years old on the day my mother died. Early that morning, I was awakened by what seemed to be an unusual amount of noise in the house. When I ran to my father’s room, it was full of strangers. I saw my mother lying on the floor and my father sprawled across her body like a man out of his mind. Everyone was watching the scene as if it were some sort of a spectacular drama. Then I saw that my mother was completely bathed in blood. I wanted to run to her, but I was stopped by a pair of strong hands on my arm and, no matter how hard I tried, I could not free myself. One of the men who came with the police ordered everyone from the room.
Someone led me to the back of the house, where everyone was talking about what had happened. One of the servants nervously told the others that he had been asleep when he heard the shots on the second floor; that he had run upstairs, had seen my father with the gun in his hand and my mother all bloody.
“The doctor has killed Dona Clarisse!”
Why? Nobody could understand.
I felt an overpowering desire to run to my parents and hug and kiss my mother. But the door was closed and the serious-looking man who stood guard did not permit anyone to come anywhere near it. I heard someone say that one of the servants and the governess were in there being questioned.
What happened after that is rather vague and not very vivid in my memory. In the afternoon someone read the newspapers to the others in the kitchen. The papers displayed large pictures of my father and mother, and as I listened to what was being said, I thought I was hearing some sort of fairy tale. The events of that morning already seemed far removed from me and I could not believe that my parents were the main actors in the drama. But then I caught sight of the page which showed the picture of my mother lying on the floor, her hair all loose about her head and her mouth open. Suddenly I began to cry and sob convulsively.
I was taken out to a playground near my house to play with other children of my age, and there I spent the rest of the afternoon. I heard the maids talking about my mother and father and about what had happened, but I paid no attention. I was too busy playing with my friends.
I did not really miss my mother until it was time to go to bed. Her room was locked and the house seemed empty. A policeman took charge of everything. The maids kept coming near her door and wanted to gossip, but he chased them away.
They made me go to bed alone. It took me a long time to fall asleep. My head was spinning with the events of the day. Then I began to cry – quietly, beneath the sheets. They were secret tears, as if shed by someone afraid to cry.

2

I still remember my father. He was tall and good-looking, with large eyes and a big mustache. Whenever we were together, he would hug and kiss me, tell me stories, and try to make me happy. Everything that was his was mine. I got into his books, dirtied his clothes, but he never seemed to be annoyed. There were times, however, when he would come home in a bad mood. He would sit in a chair or walk up and down with his hands folded behind his back and very often he would argue with my mother. He yelled and said a lot of things and his face would be full of such rage that it frightened me. My mother would run out of the room sobbing. I never could understand what the arguments were about. I do remember that, after a while, I would see my mother and father making up and I watched them together until it was time for me to go to bed. His eyes would be red from crying.
I loved him because he let me do everything I wanted and he played with me on the floor just as though he were a child my own age. It was not until much later that I learned to know more about him. He was a nervous, quick-tempered man for whom life held nothing but bitterness. He was ruled by his passions and he was overly sensitive to real or imagined hurts. Poor Father! I can still see him as he was being led out of the house by the police that day. He had an air of desperation about him, and only much later did I come to understand the meaning of the painful embrace he gave me. In time, I realized the reason for his desperation – the love he had felt for his wife had been the love of an insane person. He was not taken to prison for his crime. My father died in an insane asylum, completely paralyzed, ten years later.

3

None of the pictures I have of my mother shows her as I remember her – the sweetness of her face and that melancholy beauty of her eyes. She was small of stature and had black hair. I used to spend the entire day with her and in her company I never missed my toys. Dona Clarisse, as she was called by the servants, looked as if she had just stepped out of a picture. She spoke in the manner of someone asking a favor – softly and with great tenderness – like a young novice in a covent. She had been raised in a nunnery; her father, a rich planter, had become a widower even before she could talk. According to what I was told, she was born to be a recluse.
At night she would tuck me into bed and I would fall asleep in her arms as I listened to her soft voice. I was in my own private little world She was very affectionate with me. When my father stormed into the house after a hard and exasperating day, I would watch her cry, but she was always ready to forgive and forget her husband’s insults. The servants loved her and she treated them with a good nature that knew no bad moods.
I still spend hours painting a mental picture of my angelic mother with all the colors my imagination can conceive. I see her taking care of me, dressing and bathing me. My memory still retains vivid details which time has not succeeded in destroying.
Her fate was cruel – to die as she did – the victim of an insane love. And then, to have such awful lies written about her under sensational headlines – with her picture in all the papers – she was so shy and modest.
My mother’s death filled my whole life with a hopeless sense of melancholy. Why did fate have to be so unjust to her – to a creature in whom there was nothing but purity? This arbitrary force – destiny – was to make me a difficult boy tormented by ugly visions.
(…).

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Fonte: LINS DO RÊGO, José. Plantation boy. Translated from the portuguese by Emmi Baum. New York: Alfred. A. Knopf, 1966. p. 3-6.

 


MENINO DE ENGENHO: ROMANCE

1


José Lins do Rêgo

Eu tinha uns quatro anos no dia em que minha mãe morreu. Dormia no meu quarto, quando pela manhã me acordei com um enorme barulho na casa toda. Eram gritos e gente correndo para todos os cantos. O quarto de dormir de meu pai estava cheio de pessoas que eu não conhecia. Corri para lá, e vi minha mãe estendida no chão e meu pai caído em cima dela como um louco. A gente toda que estava ali, olhava para o quadro como se estivesse em um espetáculo. Vi então que minha mãe estava toda banhada em sangue, e corri para beijá-la, quando me pegaram pelo braço com força. Chorei, fiz o possível para livrar-me. Mas não me deixaram fazer nada. Um homem que chegou com uns soldados mandou então que todos saíssem, que só podia ficar ali a polícia e mais ninguém.
Levaram-me para o fundo da casa, onde os comentários sobre o fato eram os mais variados. O criado, pálido, contava que ainda dormia quando ouvira uns tiros no primeiro andar. E, correndo para cima, vira o meu pai ainda com o revólver na mão e a minha mãe ensangüentada. “O doutor matou a D. Clarisse!” Por que? Ninguém sabia compreender.
O que eu sentia era uma vontade desesperada de ir para junto de meus pais, de abraçar e beijar minha mãe. Mas a porta do quarto estava fechada, e o homem sério que entrara não permitia que ninguém se aproximasse dali. O criado e a ama, diziam, estavam lá dentro em interrogatório. O que se passou depois não me ficou bem na memória.
À tarde o criado leu para a gente da cozinha os jornais com os retratos grandes de minha mãe e de meu pai. Ouvi aquilo como se fosse uma história de trancoso. Pareciam-me tão longe, já, os fatos da manhã, que aquela narrativa me interessava como se não fossem os meus pais os protagonistas. Mas logo que vi na página de um dos jornais a minha mãe estendida, com os cabelos soltos e a boca aberta, caí num choro convulso. Levaram-me então para a praça que ficava perto de minha casa. Lá estavam outros meninos do meu tamanho, e eu brinquei com eles a tarde toda. As criadas é que conversavam muito sobre o meu pai e a minha mãe, contando umas às outras coisas a que eu não prestava atenção, pois no que eu cuidava era nos meus brinquedos com os amigos.
Na hora de dormir foi que senti de verdade a ausência de minha mãe. A casa vazia e o quarto dela fechado. Um soldado ficara tomando conta de tudo. As criadas de perto queriam vir conversar por ali. O soldado não consentia. Botaram-me para dormir sozinho. E o sono demorou a chegar. Fechava os olhos, mas me faltava qualquer coisa. Pela minha cabeça passavam, às pressas e truncados, os sucessos do dia. Então comecei a chorar baixinho para os travesseiros, um choro abafado de quem tivesse medo de chorar.

2

Ainda me lembro de meu pai. Era um homem alto e bonito, com uns olhos grandes e um bigode preto. Sempre que estava comigo, era a me beijar, a me contar histórias, a me fazer os gostos. Tudo dele era para mim. Eu mexia nos seus livros, sujava as suas roupas, e meu pai não se importava. Às vezes, porém ele entrava em casa calado. Sentava-se numa cadeira ou passeava pelo corredor com as mãos para trás, e discutia muito com minha mãe. Gritava, dizia tanta coisa, ficava com uma cara de raiva que me fazia medo. E minha mãe saía para o quarto aos soluços. Eu não sabia compreender o porquê de toda aquela discussão. Sei que, com um pouco mais, lá estava ele com a minha mãe aos beijos. E o resto da noite, até ir me deitar, era só com ela que ele estava, com os olhos vermelhos de ter chorado também.
Eu o amava porque o que eu queria fazer, ele consentia, e brincava comigo no chão como um menino de minha idade. Depois é que vim a saber muita coisa a seu respeito: que era um temperamento excitado, um nervoso, para quem a vida só tivera o seu lado amargo. A sua história, que mais tarde conheci, era a de um arrebatado pelas paixões, a de um coração sensível demais às suas mágoas. Coitado de meu pai! Parece que o vejo quando saía de casa com os soldados, no dia de seu crime. Que ar de desespero ele levava, no rosto de moço! E o abraço doloroso que me deu nessa ocasião! Vim a compreender, com o tempo, porque se deixara levar ao desespero. O amor que tinha pela esposa era o amor de um louco. O seu lugar não era no presídio para onde o levaram. O meu pobre pai, dez anos depois, morria na casa de saúde, liquidado por uma paralisia geral.

3

Todos os retratos que tenho de minha mãe não me dão nuca a verdadeira fisionomia que eu guardo dela – a doce fisionomia daquele seu rosto, daquela melancólica beleza de seu olhar. Ela passava o dia inteiro comigo. Era pequena e tinha os cabelos pretos. Junto dela eu não sentia necessidade dos meus brinquedos. D. Clarisse, como lhe chamavam os criados, parecia mesmo uma figura de estampa. Falava para todos com um tom de voz de quem pedisse um favor, mansa e terna como uma menina de internato. Criara-se em colégio de freiras, sem mãe, pois o pai ficara viúvo quando ela ainda não falava. Filha de senhor de engenho, parecia mais, pelo que me contavam dos seus modos, uma dama nascida para a reclusão.
À noite ela me fazia dormir. Adormecer nos seus braços, ouvindo a surdina daquela voz, era o meu requinte de sibarita pequeno.
Ela me enchia de carícias. E quando o meu pai chegava nas suas crises, exasperado como um pé de vento, eu a via chorar e pronta a esquecer todas as intemperanças verbais do seu marido. Os criados amavam-na. Ela também os tratava com urna bondade que não conhecia mau humor.
Horas inteiras eu fico a pintar o retrato dessa mãe angélica, com as cores que tiro da imaginação, e vejo-a assim, ainda tomando conta de mim, dando-me banhos e me vestindo. A minha memória ainda guarda detalhes bem vivos que o tempo não conseguiu destruir.
O seu destino fora cruel: morrer como morreu, vítima de um excesso de cólera do homem que tanto amara; e depois, ela, cheia de pudor e de recato, a encher as folhas de sensação com o seu retrato, com histórias mentirosas de sua vida íntima.
A morte de minha mãe me encheu a vida inteira de uma melancolia desesperada. Por que teria sido com ela tão injusto o destino, injusto com uma criatura em que tudo era tão puro? Esta força arbitrária do destino ia fazer de mim um menino meio cético, meio atormentado de visões ruins.
(…).

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Fonte: LINS DO RÊGO, José. Menino de Engenho: romance. 6ªed. Rio de Janeiro: José Olympio, 1956. p. 19-26.



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