Revista LitCult - Vol.2 - 2002



Letteratura Globale e Letteratura dei Mondi – Armando Gnisci





Resumo:
Procurarei, neste estudo, traçar uma espécie de mapa da história da literatura política da Europa de modo a dar vida a um verdadeiro “estudo cultural”, plural e complexo. Esta aproximada “história diversa” da cultura literária européia em suas diferentes relações com o mundo e a partir dos primeiros colonizados desenha ainda a moldura daquela que eu chamei de “nova Literatura dos Mundos”. Assim, ao se falar de “Literatura mundial” é necessário prestar atenção a esse mapa: uma Literatura global, que é precisamente aquela que corresponde à globalização e à transformação de tudo em mercadoria, e uma Literatura dos Mundos que é singular, não porque seja unificada, mas porque revela a capacidade da literatura de traduzir-se e traduzir os mundos, a pluralidade dos discursos e das culturas que se aliam contra a globalização e que mantêm entre si um diálogo aberto através das migrações, das hibridações e das mestiçagem. Este texto foi bastante ampliado pelo autor e faz parte do primeiro capítulo de seu livro Una storia diversa, publicado pela Editora Meltemi, Roma, 2001, por isso optamos pelo título que dá nome ao livro e em seguida ao capítulo. A tradução do texto original Letteratura globale e Letteratura dei Mondi e a publicação foram autorizadas pelo autor.

In questo studio cerchero di tracciare una specie di mappa della storia letteraria politica dell’ Europa in modo da poter dare vita ad un vero “Studio Culturale”, plurale e complesso. Questa approssimativa “storia diversa” delle culture letterarie europee nei loro differenti rapporti con i mondi da esse prima colonizzati disegna anche la cornice di quella che ho chiamato la nuova Letteratura dei Mondi. Parlare di “Letteratura mondiale” voglia dire dover tenere conto di questa mappa: una Letteratura globale, che e appunto quella che corrisponde alla globalizzazione e alla mercificazione, e una Letteratura dei Mondi, che e al singolare non perché sia unificata, ma perché esprime la capacità della letteratura di tradursi e di tradurre i mondi, la pluralità dei discorsi e delle culture che si alleano contro la globalizzazione e che si tengono in un colloquio aperto tra di loro attraverso le migrazioni, le ibridazioni, i meticciati. Parole-chiave: Letteratura mondiale, Studio Culturale, globalizzazione, decolonizzazione, ibridazzione.

 

 

Texto:

Letteratura Globale e Letteratura dei Mondi

Armando Gnisci

Siamo stati abituati a usare il concetto e il termine di “letteratura europea” senza pensare che esso che non corrisponde a nulla, se no a un “mito”, come ha mostrato il mio amico de Il Cairo Magdi Youssef che ha ispirato Franca Sinopoli a scrivere il libro Il mito della letteratura europea (Roma, Meltemi 1999). Un mito che ne ha generato un altro, come propria immagine riflessa e diffusa in tutte le direzioni, quello della “letteratura mondiale e/o universale”. Esso si e comportato allo stesso modo con il quale le nazioni europee si sono appropriate dei “mondi del mondo” (come dice Camões ne I Lusiadi, II, 45) a partire dal XVI secolo. Un processo che si e concluso nel secondo dopoguerra mondiale del XX secolo, quando e tramontata l’epoca dell’imperialismo coloniale ed e iniziata quella – ancora “confusa”, come sostiene Edward Said – dell’imperialismo della così detta globalizzazione, guidato dagli USA.

Esistono, piuttosto, le letterature europee dei paesi imperiali che hanno invaso gli altri mondi anche mediante le loro lingue. Abbiamo oggi una Letteratura globaleche e quella unificata dalla mercificazione planetaria e dall’industria della cultura di massa, e una Letteratura dei Mondi che e la presa di parola e di posizione comune e traduttiva dei diversi mondi che non vogliono essere assimilati nel mercato unico di tutte le merci e nella sua lingua unica, nella quale tutte le altre devono perdersi.

Cosa succede nella nostra epoca nella quale a globalizzarsi e il dominio del potere economico transnazionale e della comunicazione mondiale simultanea? Nella nostra epoca nella quale il 12% dell’umanità vive sfruttando e sprecando ricchezza esauribile e l’88% vive lottando contro la disoccupazione, la povertà e l’oppressione, inesauribili? Cosa succede alla letteratura? Possiamo pensarla ancora, su scala mondiale ovviamente, come la migliore maestra di finesseumanistica, così come voleva Josif Brodskji nel 1987? E come l’unica forza capace di opporsi e di temperare gli eccessi delle democrazie capitalistiche, dopo il crollo del comunismo, come voleva nel 1990 Salman Rushdie?

Vediamo: la Weltliteratur (l’idea, cioe, di una letteratura mondiale che unisce tutti i popoli in forza del riconoscimento di valori comuni) ha smesso di essere un “sogno”, come volevano Goethe (1827) ed i poeti romantici ed e diventata – lo sostenevano Marx ed Engels nel Manifesto del 1848 – il mercato mondiale delle lettere che la cultura di massa vende presentandola come la facciata nobile e spirituale di se stessa. A fianco a questa nuova Weltliteratur, piu o meno appiattita sul mercato e sulle sue leggi, ma con essa intrecciata, vi e anche una nuova Letteratura dei Mondi che comincia a formare una rete planetaria di conoscenze e di ri-conoscimenti, di traduzioni e di reciprocità multiple. QuestaLetteratura dei Mondi della quale parlo propone di opporsi alla globalizzazione della cultura di massa e del mercato unico euro-nordamericano: e alternativa e utopica. Essa intende diventare la zona mobile e incontrollabile, imprevedibile direbbe Édouard Glissant, del colloquio dei mondi e il soggetto espressivo ed evolutivo della comunicazione “di senso” e della parificazione mutua e non violenta delle culture. Al tempo stesso essa sfugge alle teorizzazioni essenzialistiche e paradigmatiche, tipiche della tradizione europea: sembra piu volentieri volersi consegnare a una conoscenza storiografica che essa stessa contribuisce a costituire ed alimentare. Ma, si tratta di una storia diversa e appena agli inizi. Questa Letteratura dei mondi ha il progetto di avventura del “Movimento di Seattle”, quello che lotta e sostiene che “un altro mondo e possibile”.

La “letteratura europea”, invece, sembra essere rimasta un puro oggetto accademico, o, nel migliore dei casi, un oggetto didattico. La letteratura europea, infatti, e un concetto astratto: in sintesi, e l’idea che le nazioni “maggiori” d’Europa – come voleva F. Brunetiere all’inizio di questo secolo – abbiano preso di volta in volta dominanza sulle altre: Italia, Spagna, Francia, Germania e Inghilterra, a partire da una “matiere commune”: quella che Frantz Fanon avrebbe chiamato “il piedistallo greco-latino”.

E.R. Curtius, nella sua opera monumentale che studia proprio il passaggio ereditario tra l’antichità “classica” greco-latina e la modernità delle nazioni occidentali, critica le idee di letteratura europea di Brunetiere e di P. van Tieghem, facendo propria la visione piu “cosmopolita” del poeta Valéry Larbaud, quella di un: “…un triplice dominio centrale franco-tedesco-italiano e una cintura di aree esterne, delle vere “marche di frontiera”: scandinave, slave, rumena, greca, spagnola, catalana, portoghese e inglese, le piu importanti delle quali, per antichità e per i loro immensi prolungamenti oltre-Atlantico, sono quella spagnola e quella inglese”.

A Curtius piaceva il modello centro-periferie proposto da Larbaud, anche perché disegnava una mappa imperiale della storia intellettuale europea sganciandola da quella politica, difetto questo – secondo Curtius – della impostazione comparatistica di van Tieghem.

In tutti i casi l’idea di letteratura europea sembra aver sempre riguardato: a) i rapporti tra letterature nazionali b) delle nazioni occidentali del continente c) considerate e qualificate come “maggiori”; esse d) sono le stesse che hanno colonizzato i mondi (anche all’interno della stessa Europa, che era la prima terra di conquista) portando ovunque la luce di una civiltà “superiore” e “universale”: la luce al suo ponente.

Si puo preferire la giostra occidentale di Brunetiere o la mappa centro-periferie di Larbaud-Curtius, ma bisogna comunque riflettere sul fatto che entrambi i modelli – così come le altre loro varianti – sono costruiti intorno all’ideologia implicita di un “paradigma euroccidentale” egemonico e universalistico. E da entrambi sono escluse o fortemente marginalizzate la letteratura portoghese e quella russa. Le letterature di due nazioni che hanno conquistato grandi imperi mondiali partendo da due situazioni iniziali paradossali oltre che estreme. L’una essendo la piu piccola delle nazioni imperiali, l’altra la piu grande che ha voluto diventare sempre e ancora piu grande. L’estremo ovest e l’estremo est.

In cosa consiste la “storia diversa” che intendo proporre? Innanzitutto ritengo che sia necessario riavvicinare la storia politica alla storia letteraria in modo da poter dare vita ad un vero “studio culturale”, plurale e complesso. In questo ambiente concettuale diventa possibile applicare la poetica che ho chiamato da tempo della “decolonizzazione europea”.

In pratica, e lo ripeto: la mondializzazione della letteratura europea si e concretizzata – come avevano intuito i giovani Marx ed Engels nel 1848 – non nel sogno di Goethe e Federico Schlegel della “poesia universale” sprigionantesi dal cuore tedesco dell’Europa, ma nella conquista progressiva del mondo da parte delle potenze dell’imperialismo coloniale maturo del XIX secolo. Chi ha mostrato con chiarezza il vincolo tra le letterature europee e il colonialismo e stato Edward Said, specialmente nel volume del 1993, Culture and Imperialism. Ma e anche vero che le letterature occidentali hanno dato impulso alla nascita delle letterature extra-europee in lingue europee che hanno interagito con quelle metropolitane, le hanno invase e trasformate, le hanno convertite e creolizzate, dall’interno delle loro stesse lingue.

Dal momento in cui si formano le nuove letterature “creolo-meticce”si forma anche, per così dire, un “nodo interletterario” tra le loro opere e i loro autori e quelli, autori e opere, delle letterature così dette madri e/o metropolitane: testi, temi e scrittori che “si corrispondono” e si contaminano, fino a formare una vera “zona di mutua ricezione” disseminata e contaminante tutti i mondi intorno.

Questo processo dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. Ma non ne sono convinto. Comunque, e possibile pensare in modo sintetico la modernità come un “system of 500 years”, secondo la definizione di Noam Chomsky, che corrisponde alla conquista e al possesso del pianeta da parte del capitalismo europeo attraverso le sue nazioni coloniali: le piu avanzate e civili, le piu ricche e ben armate, le piu importanti e cristiane, le piu “spirituali” e “universali”, e per questo fornite di una missione mondiale: insomma di una “cultura imperiale”. Si e attestato così in tutti i mondi un imperialismo territoriale al quale pochissime civiltà hanno potuto veramente resistere: alcune fortezze dell’Islam, la Cina, il Giappone. Esso ha sradicato e sterminato culture e ha sfruttato terre, uomini e donne, bambini. Ora l’imperialismo, ritiratosi dall’occupazione diretta dei territori, li controlla economicamente e militarmente “da lontano”. Questo inedito regime imperiale costituisce il “nuovo ordine mondiale”, o “la globalizzazione”, della quale oggi tanto si parla, anche tra i letterati. Esso e sempre pronto a mettere ordinemanu militari – nei Balcani e nel Golfo Persico, in Nicaragua e nel Pacifico – quando i suoi interessi lo impongono e lascia che i dotti si trastullino con i giocattoli accademici del “post-moderno”, della “fine della storia” e della stessa globalizzazione come argomento di convegni.

Se questo e il theatrum mundi del nostro tempo, io penso, pero, che le letterature europee metropolitane possano, anzi debbano, essere raccontate anche dalla prospettiva rovesciata del percorso della loro decolonizzazione: scrivendo una storia letteraria politica. Mi spiego: sappiamo che la colonizzazione europea del mondo (dal secolo XVI al XVIII) e il successivo colonialismo imperialista sono le fasi che hanno preceduto l’attuale “globalizzazione generale” dei mondi. Sostengo che questa deve riconoscere proprio nel corso coloniale mondiale la propria corrente storica. Se vediamo così lo sviluppo della modernità, la storia letteraria politica che propongo potrebbe mostrare una corrente diversa dal Main Stream imperiale e poi globale: una corrente di decolonizzazione “spirituale”. E politica: non solo da un punto di vista metodologico, ma anche e proprio per il suovalore anti-imperialista.

Come suonano strane queste parole, n’est-ce pas? Sembrano arnesi linguistici assolutamente indecenti e imbarazzanti, o per lo meno fuori moda, dei relitti senza senso dei tempi di Che Guevara e di Fanon, di Sartre e di Lumumba. A che servono oggi, nell’epoca di internet, delle “guerre umanitarie” e della liberalizzazione dei mercati? Sostengo che proprio oggi, la mancanza di un linguaggio e di una prassi della ribellione intellettuale e civile e la forma di sofferenza piu acuta per chi e oppresso e vorrebbe trovare una via di uscita, o per lo meno un chiarore sulle pareti della caverna. Come diceva il giovane Presidente del Burkina Faso, Thomas Sankara, ucciso da chi lo trovava inopportuno e scomodo nel 1987: “l’Africa deve inventarsi il suo futuro”. E questo il compito che spetta anche a tutti quelli che combattono dalla parte dell’Africa, dei “poveri”, come diceva Simone Weil, degli oppressi dalla “globalizzazione”, dalla parte dell’88% dei mondi, anche se quelli vivono nel mondo e nei “giorni felici” del 12%.

Riprendiamo la corsia letteraria del nostro discorso: quale sarebbe il valore politico e anti-imperialista di una storia letteraria europea dal punto di vista della decolonizzazione? Il fatto che essa batte una strada storiografica inaudita e speciale che presenta e propone una specie di gerarchia discendente della decolonizzazione: dai primi imperi coloniali iberici, i primi anche a decolonizzarsi, fino ai “mostri” imperiali dei nostri giorni: gli USA e la Russia euro-asiatica. Questa ipotesi storiografica diversa propone la stessa decolonizzazione come il valore che ci riguarda in quanto europei. Che e un valore rivendicabile solo dal punto di vista di una storia delle culture metropolitane europee che arrivino a coevolvere con le culture colonizzate, attraverso la creazione – o meno – di quello che abbiamo definito prima un “nodo interletterario” virtuoso e valoroso. Una storia che e intrecciata per forza di cose con quella dello sterminio e dello sfruttamento, del capitalismo e poi della globalizzazione, ma che e anche una storia diversa da quelle raccontate dalle storie delle letterature nazionali, o anche da quelle “comparate” ed “europeiste” (oggi c’e perfino chi scrive le storie delle letterature dell’Europa di Maastricht e di Schengen!).

Cerchero, quindi, di tracciare una specie di profilo temporale, ancora grezzo e confuso, ma anche forse (troppo) semplice e lineare, di questa “storia diversa”. Prima e necessario, pero, ricordare che i suoi tempi sono quelli della cronologia ufficiale e che i valori dei quali vado parlando non derivano da “essenze” o “caratteri originari”, non dichiarati, delle nazioni coloniali o dalla loro piu o meno violenta o massiccia colonizzazione: in questo i portoghesi sono stati dei farabutti tanto quanto gli inglesi o gli italiani. Tutto questo andava detto con chiarezza: su tutto questo non credo di nutrire alcuna confusione.

I due primi imperi coloniali creati dalle nazioni europee sono stati quello portoghese e quello spagnolo. E così li troviamo, in testa alla graduatoria temporale decrescente della decolonizzazione. Essi si affermano subito come imperi, già al ritorno di Cristoforo Colombo dal Nuovo Mondo. Nel 1493 il papa Alessandro VI Borgia fa da mediatore tra le due nazioni iberiche emanando la Bolla Inter Coetera con la quale traccia la linea planetaria meridiana lungo la dorsale centrale dell’Atlantico (raya) che serve a spartire la terra in due sezioni perpendicolari: ad ovest i territori delle conquiste a venire della Spagna, ad est quelle del Portogallo (piu interessato all’Asia che al Nuovo Mondo). Le due nazioni cristiane accetteranno il dettato papale (spostando di alcuni chilometri piu al di là delle Azzorre la raya) firmando l’anno successivo il Trattato di Tordesillas che assegnava il Brasile al Portogallo, anche se posto ad ovest della raya.

La letteratura portoghese avrà uno slancio formidabile in seguito alle scoperte-conquiste di nuovi mondi lontani, intrecciando da subito il suo destino con quello della ventura oceanica e delle terre extra-europee. La letteratura lusitana crea con Luis de Camões il suo poema nazionale, Os Lusíadas, composto tra il 1545 e il 1570. Esso viene scritto non tra i cuscini e le cucine della corte di Lisbona, ma tra l’India e la Cambogia. La leggenda racconta che il suo manoscritto si salvo, insieme al suo autore, in un naufragio alla foce del Mekong: sembra una storia di Rambo piu che quella di un letterato europeo di quasi mezzo millennio fa.

Os Lusíadas non canta e non narra viaggi nell’oltretomba cristiano, né nella regione interna della Mancia, né nell’isola allegorica del mago-Duca di Milano Prospero, ma illustra l’avventura transoceanica di Vasco da Gama e delle sue navi verso l’India, doppiando l’Africa e portando piu in là l’impresa di Bartolomeo Diaz. Con il poema lusiade la letteratura portoghese si fa e si vuole propriamentenazionale: gloria poetica dell’avventura “vera e schietta” (V, 89) (e non di finzioni e di meraviglie inventate a tavolino) di un intero popolo, che abita una “piccolissima” nazione (VII, 2), posta sull’orlo atlantico dell’Europa, che conquisterà percio il piu sproporzionato degli imperi: si tratta di un poema nazionale che e, al tempo stesso, una carta dei mondi (X, 92 e sgg.).

Il mito, o auto-immagine, lusitano della Saudade, che attraversa la letteratura e la cultura portoghese a partire dal romanticismo, e stato interpretato da letterati e storici come “nostalgia dell’impero perduto”. A me sembra che esso diventi meglio leggibile se si intende la saudade come nostalgia dell’initium imperii: dello stato nascente di tutte le avventure e della totale animosità; di una vita, ancora e di nuovo possibile, completamente da inventare sugli oceani e con le vele aperte verso i mondi lontani e sconosciuti. Nostalgia dell’attivismo inaugurale e senza limiti che porta una gloria inaudita e mai vista (proprio perché “sproporzionata”), ma che si spegnerà nella malinconica amministrazione dell’esistente, nello sguardo pieno di “todos os sonhos do mundo” che guarda la “Tabacaria” di fronte, come nella poesia di Alvaro de Campos-Fernando Pessoa (Pessoa definì se stesso, tra le tante forme di autodefinizione che pratico, “um sebastianista racional”).

La saudade e la nostalgia dell’assoluta e spericolata giovinezza che prova ad assecondare tutti i propri impulsi-sogni, ma e interrotta prematuramente, come la vita in battaglia del giovane re Don Sebastiano nella sconfitta di Alkázar Kebir in Marocco contro i Mori nel 1578. Il poema di Camões e dedicato proprio a questo re, a quell’epoca ancora minorenne. Un re la cui morte provocherà dopo poco tempo addirittura la caduta del Portogallo nelle mani della corona spagnola di Filippo II e che produce l’altro mito nazionale lusitano: il Sebastianismo. La leggenda-credenza che il giovane monarca non fosse morto nella battaglia marocchina e che prima o dopo sarebbe tornato…a riprendere il filo troncato della propria giovinezza e di quella del suo popolo, a rinnovare lo stato nascente di tutte le avventure nuovamente possibili

Saudade e Sebastianismo si annodano così nel fondo del corpo della cultura lusitana e dei suoi secoli.

Le due nazioni imperiali iberiche vengono mano a mano, lungo i 500 anni della modernità, affiancate e solcate dalle nuove letterature lusofone e ispanofone fino a formare con loro delle comunità letterarie connesse ed integrate che portano le rispettive letterature metropolitane dentro la lusofonia e l’ispanofonia, e non piu a capo. Basti pensare alle poetiche del modernismo brasiliano: dal Manifestoantropofago di Oswaldo de Andrade del 1928 al “lusotropicalismo” dell’antropologo Gilberto Freire degli inizi degli anni 40.

Il discorso che riguarda la Spagna e un po’ diverso, ma sbarca sullo stesso molo. Quello del rovesciamento (piu o meno “cannibale”: va ricordata la fortuna nella cultura critica latino-americana della figura shakespeariana di Caliban) del centro-capo metropolitano europeo e del suo inghiottimento in una comunità plurale e meticcia. Il così detto “boom” delle letterature ispano-americane negli anni 50 e 60 del XX secolo sta a significare proprio il venire alla luce di questo lungo processo di mutua decolonizzazione comunitaria. Garcilaso de la Vega, nato a Cuzco in Peru, indio meticcio, scrive – a cavallo del XVI secolo e del XVII – opere storiche ed epiche che aprono e istituiscono questa comunità ispanica e americana. Garcilaso muore nell’ispanissima città di Cordoba nel 1616, nello stesso anno in cui muoiono Cervantes e Shakespeare. E prima di lui Alvaro Núñez Cabeza de Vaca nel suo Naufragios del 1542 aveva raccontato come uno spagnolo potesse diventare indio, vagando dalla Florida al Messico.

Uno dei padri “illuminati” della (piu) grande democrazia degli Stati Uniti d’America, Benjamin Franklin nel 1751 scriveva: “Il numero di persone veramente bianche nel mondo e in rapporto molto piccolo. Tutta l’Africa e nera o scura; […] anche tutta l’America (a parte i nuovi arrivati). E in Europa gli spagnoli, gli italiani, i francesi, i russi e gli svedesi hanno quella che noi di solito definiamo carnagione scura. Così anche i tedeschi sono scuri, a eccezione dei sassoni che costituiscono con gli inglesi il corpo principale della popolazione bianca sulla faccia della terra. Vorrei che il loro numero aumentasse”.

Mr Franklin scriveva queste riflessioni prima di inventare il parafulmine, ma comunque a 45 anni. Con Mr Franklin siamo passati alla seconda posizione della nostra graduatoria cronologica: quella della colonizzazione britannica, alla quale va affiancata quella francese. Entrambe partirono dopo quelle iberiche, ma costruirono i due grandi imperi “moderni” e maturi, completati nel XIX secolo. Abbiamo a che fare con le due grandi nazioni europee che si sono ritenute ed imposte come quelle veramente “civilizzatrici”: la Gran Bretagna, che ha fondato una “cultura imperiale” moderna. Gli intellettuali imperiali del Regno Unito – come ci ha mostrato Said – hanno pensato e fatto pensare che il Nuovo Impero avesse superato Roma e tutti gli altri imperi della storia, barbari e rapinosi, prendendo su di sé “il fardello dell’uomo bianco”: portare la civiltà ai popoli selvaggi e primitivi. E che poi l’avesse ceduto (nel 1898, in occasione della guerra contro la Spagna per la conquista delle Filippine) agli Yankee: gli ex-colonizzati che avrebbero dominato il secolo successivo, come dice Kipling. E la Francia, la cristianissima terra del teorizzatore del “vero” dominio coloniale: Sua Maestà, Francesco I, che avrebbe fatto saltare il nodo borgiano dell’infame Trattato di Tordesillas. La Francia dell’Illuminismo e della Rivoluzione borghese.

Gli imperi britannico e francese sono stati liquidati negli anni 50 e 60 del XX secolo con le ultime guerre addirittura mediterranee di Algeria, di Cipro e di Suez (nella quale le due illuminatissime nazioni europee erano insieme contro Nasser e quello che in Europa veniva chiamato “nazionalismo arabo”).

Come esse hanno costruito i piu moderni ed estesi imperi coloniali – il colonialismo belga e quello olandese sono a quelli largamente assimilabili – così hanno anche prodotto una grande quantità di “teoria post-coloniale” che occupa oggi le menti di tanti intellettuali ed accademici europei, americani, africani, asiatici ed australiani. Si tratta di un vasto ed onorevole dibattito civile in fieri che tende ad oscurare, pero, come ricorda il cubano R. F. Retamar, le forme della decolonizzazione degli ex-imperi iberici e nello stesso tempo testimonia come la decolonizzazione britannica e francese si muova su di una traiettoria diversa da quelle e come una questione aperta dei nostri tempi.

E importante porre in netta evidenza il fatto che le due piu importanti letterature metropolitane della modernità non sembrano essersi integrate comunitariamente con le culture “figlie”, come nel caso lusitano e in quello castigliano. Con l’avvento dell’imperialismo planetario statunitense, della globalizzazione dei mercati e della frattura sempre piu netta tra Nord e Sud del mondo, gli scrittori della decolonizzazione africana e asiatica e gli scrittori ed artisti neri e delle altre minoranze non-yankee nord-americane sembrano piuttosto interpretare un ruolo di resistenza e di opposizione politiche ed in certi casi anche linguistiche, come nella “scelta araba” di alcuni scrittori maghrebini (francofoni) o nella “scelta kikuyu” del keniano Ngugi wa Thiong’o (anglofono).

Le letterature caraibiche, poi, esprimono oggi la vitalità piu spiccata verso una “civiltà creola”, una nuova cultura mondiale che sembra voler scavalcare l’impero culturale di origine europea e di marca nord-americana che intende globalizzare in maniera “non-creola” i mondi in un unico mondo.

La terza coppia, attardata e distratta, di nazioni europee coloniali e formata dall’Italia e dalla Germania, giunte in ritardo alle conquiste imperiali, perseguite anche all’interno della stessa Europa: dall’Albania alla Grecia, dall’Austria alla Polonia e a tutta l’area europea centrale.

Italia e Germania hanno rimosso il loro passato coloniale e addirittura ignorano di avere una questione post-coloniale propria da dover affrontare. Gli scrittori di altri mondi che si esprimono nelle loro lingue sono gli immigrati degli ultimi decenni e le “minoranze” dei vecchi imperi centrali di lingua germanica.

In coda alla graduatoria degli imperi coloniali europei troviamo due veri “mostri” (nel senso latino, ma anche in quello moderno). Il loro destino, anche se in maniere diversissime, appartiene al futuro piu che al passato. Parlo degli Stati Uniti d’America: la ex-colonia inglese che in due secoli di tempo e diventata lametropoli mondiale. Essa porta dentro il suo seno il travaglio post-coloniale nella vicenda multietnica e nella costituzione immigratoria della sua stessa esistenza, non risoltesi col tempo nello sperato e vantato modello del melting pot.

E parlo della Russia che e ancora un impero territoriale euro-asiatico. La piu grande nazione non-nazione del mondo, da San Pietroburgo a Vladivostock. Un impero in sfacelo, ma che rifiuta, nella sua testa kremlina, di riconoscersi come impero e sostiene di essere una nazione, anche se confederale.

Per gli Stati Uniti d’America il presente e il futuro sembrano essere quelli del superpoliziotto imperiale planetario al servizio delle potenze economico-finanziarie transnazionali. Per la Russia sembrano essere quelli di un impero che sopravvive a se stesso in ritardo con il cammino dei mondi: una nazione europea sterminata con un immenso territorio asiatico: alieno e muto, se non nel Caucaso ribelle e islamizzato.

E le altre nazioni dell’Europa, chiederete a questo punto? Piccole come il Portogallo, o ancora piu piccole forse, ma che non hanno mai avuto (e voluto avere) imperi coloniali? Come rientrano in questa “storia diversa”?

Credo che esse abbiano avuto il destino di affermarsi come dei piccoli imperi coloniali regionali intraeuropei – la Grande Ungheria, la Grande Serbia, la Grande Albania – o che abbiano lottato per non subire la sorte di esserne le vittime: dall’Irlanda a Malta, dalla Finlandia alla Grecia, dall’Islanda alla Slovacchia. Esse, comunque, sembra che abbiano sempre coltivato la propria immagine di “nazione europea”, soprattutto attraverso la lingua e la letteratura. Nazione vuol dire: identità indipendente. Europea vuol dire: dentro una piu vasta civiltà comune e intrecciata.

Forse la storia d’Europa puo essere concepita come storia di conflitti coloniali interni ed esterni e di utopie umanistiche e idealistiche, a volte dignitose, a volte anche concrete: quelle delle piccole nazioni non coloniali, appunto, nei momenti eccitanti e liberatori di quando hanno dovuto lottare per l’indipendenza. Ma soprattutto storia di conquiste territoriali e di comando sugli altri popoli: dalle invasioni dei popoli Kurgan (che l’accademia europea ha preferito chiamare indo-europei e/o ariani, come ci hanno mostrato M. Bernal e M. Gimbutas) a partire dal V millennio prima di Cristo fino ad oggi.

Questa approssimativa “storia diversa” delle culture letterarie europee nei loro differenti rapporti con i mondi da esse prima colonizzati disegna anche la cornice di quella che ho chiamato la nuova Letteratura dei Mondi, che fluisce dalle Americhe all’Africa all’Australia. Sembrano restarne fuori i grandi centri di resistenza asiatici: le nazioni islamiche, la Cina e il Giappone. Queste due ultime nella seconda metà del XX secolo hanno iniziato a porsi – e a porre – la questione del significato e del valore dei loro rapporti con la così detta civiltà occidentale e con il regime rampante del capitalismo “democratico”. Mentre il Giappone ha sfidato l’Occidente nella rincorsa economica, la Cina e rimasta attardata in un lungo transito di allontanamento dal maoismo, ma ha sviluppato una riflessione molto importante intorno al problema dei rapporti con l’imperialismo occidentale. I saggisti e i letterati cinesi (i comparatisti in particolare) parlano per la Cina dimodernizzazione come significato e valore dell’incontro con l’Europa, mentre per altre civiltà si parla di trauma della colonizzazione.

La Letteratura dei Mondi non e piu, quindi, rappresentata dalla concezione romantica della Weltliteratur e nemmeno dall’attuale Global Literature imposta dal controllo planetario che sta nelle mani del nuovo capitalismo telematico che tratta i titoli dei libri come quelli di borsa. Questa e la nuova “Letteratura mondiale” che esiste attraverso i meccanismi del profitto, del potere e della comunicazione di massa e che ad essa corrisponde.

A fianco e contro di essa, anche se esiste una (piu o meno) larga zona mobile nella quale le due si sovrappongono e lavorano insieme, opera una Letteratura deiMondi che ha iniziato il colloquio plurale continuo e infinito di chi inventa il futuro. E lo fa a favore del 100% dell’umano. Senza che questo compito derivi da qualche imposizione ideologica (metafisica) o da qualche pretesa di ricompense (laica): lo fa perché qualcuno deve farlo. Perché qualcuno ci deve essere che lavori per il miglioramento e la salvezza degli altri: se e possibile, di tutti gli altri.

Credo che oggi parlare di “Letteratura mondiale” voglia dire dover tenere conto di questa mappa: una Letteratura globale, che e appunto quella che corrisponde alla globalizzazione e alla mercificazione, al dominio culturale del mercato-pensiero unico, e una Letteratura dei Mondi, che e al singolare non perché sia unificata, ma perché esprime la capacità della letteratura di tradursi e di tradurre i mondi, la pluralità dei discorsi e delle culture che si alleano contro la globalizzazione e che si tengono in un colloquio aperto tra di loro attraverso le migrazioni, le ibridazioni, i meticciati: quella che Glissant chiama la “creolizzazione del mondo”.

 

Uma história diversa: mapa da literatura mundial

Armando Gnisci

Trad. de Maria Aparecida Rodrigues Fontes
Doutoranda em Literatura Comparada /
UFRJ e estágio na Univ. “La Sapienza”.

Estávamos habituados a usar o conceito de “Literatura Européia” sem ao menos nos darmos conta que esse conceito não corresponde a nada senão a um mito, como demostrou o meu amigo do Cairo Magdi Youssef, o qual inspirou Franca Sinopoli a escrever o livro “Il mito della Letteratura Europea” (Roma, Meltemi 1999). Um mito que tem gerado tantos outros mitos, como uma imagem de si mesma refletida e difusa em todas as direções. Um mito que costumamos chamar de literatura mundial e/ ou universal, e que se comportou tal como as nações européias a partir do século XVI, ou seja, apropriando-se dos “mundos do mundo” (como disse Camões em Os Lusíadas, II, 45). Um processo que se concluiu apenas após a Segunda Guerra Mundial, quando passamos da era do imperialismo colonial à era do imperialismo da assim chamada globalização, guiada pelos EUA, e como sustenta Edward Said: uma era ainda muito confusa.

Antes, existiam as literaturas européias dos países imperialistas que invadiram e colonizaram os outros mundos através de suas línguas. Hoje, existe uma “literatura global” que é aquela unificada pelo mercado global e pela indústria de cultura de massa, e outra chamada de “literatura dos mundos”, caracterizada pela escolha de palavra e de posição comum e traduzível dos diversos mundos, os quais não querem ser assimilados pelo mercado único de todas as mercadorias nem traduzidos em uma única língua, na qual todas as outras devem se perder…

O que acontece com a nossa época quando globalizar-se significa o exercício do poder econômico transnacional e da comunicação mundial simultanea? Época em que 12% da humanidade vive desfrutando e esbanjando riqueza exaurível, enquanto 88% vive lutando contra o desemprego, a pobreza e a opressão inesgotáveis? O que acontece com a literatura? Poderíamos pensá-la ainda sob uma perspectiva mundial obviamente, como a melhor mestre das finuras humanistas, como queria Josif Brodskji em 1987? E, após a queda do muro de Berlim, como a única força capaz de conter os excessos da democracia capitalista, como desejava, em 1990, Salman Rushdie?

Vejamos: a Weltliteratur (isto é, a idéia de uma literatura mundial que une todos os povos a partir do reconhecimento dos valores comuns) deixou de ser um sonho, como queria Goethe (1827) e os poetas romanticos, para se tranformar, conforme Marx e Engels em seu Manifesto de 1848, em um mercado mundial das letras que a cultura de massa vende e apresenta com uma fachada nobre e espiritual. Ao lado desta nova Weltliteratur, mais ou menos pressionada pelo mercado e pelas suas leis, mas com eles entrelaçados, existe ainda uma novaLiteratura dos mundos que começa a formar uma rede planetária de conhecimento e reconhecimentos, de traduções e de múltiplas reciprocidades. Esta Literatura dos mundos, de que falo, tem como objetivo opor-se à globalização da cultura de massa e do mercado único euro-norte-americano: ela é alternativa e utópica, e pretende transformar-se em uma zona móvel e incontrolável, imprevisível diria Édouard Glissant, de diálogo entre os mundos, e em sujeito expressivo e evolutivo da comunicação dos sentidos e do nivelamento não violento das culturas. Ao mesmo tempo, esse novo conceito literário escapa às teorizações essencialistas e paradigmáticas, típicas da tradição européia: parece sempre mais prazeroso querer consignar-se um certo conhecimento historiográfico que essa mesma tradição contribuiu para construir e alimentar. Mas trata-se di uma historia diversa e apenas no início. EstaLiteratura dos mundos tem um projeto de aventura, como aquele do “Movimento de Seattle”, que luta e sustenta que “é possível um outro mundo”.

A literatura européia, ao contrário, parece que se transformou em um mero objeto acadêmico, ou, na melhor das hipóteses, em um objeto didático. De fato, a literatura européia é um conceito abstrato que se resume na idéia de que as maiores nações da Europa – como queria F. Brunetiere no início do século XX – tenha exercido, em algum momento e cada uma por sua vez, o domínio sobre outras: Itália, Espanha, França, Alemanha e Inglaterra, a partir de uma “matiere commune”, ou seja, aquilo que Frantz Fanon teria denominado “o pedestal grego-latino”.

E. R. Curtius, em sua obra monumental, que estuda exatamente a passagem hereditária entre a antigüidade “clássica” greco-latina e a modernidade das nações ocidentais, critica a idéia de literatura européia de Brunetiere e de P. van Tieghem, identificando-se com a visão mais “cosmopolita” do poeta Valéry Larbaud, aquela de: “(…) um tríplice domínio central franco-ítalo-germanico e um cinturão externo, das verdadeiras marcas de fronteiras: Escandinavas, eslavas, romena, grega, espanhola, catalã, portuguesas e inglesas, das quais a mais importantes, por antigüidade e por seus prolongamentos além do Atlantico, são as espanholas e as inglesas”.

Curtius gostava do modelo centro-periférico proposto por Larbaud, mesmo porque este desenhava um mapa imperial da história intelectual européia, e a libertava daquela política que, segundo Curtius, era uma imperfeição atribuída à imposição comparatística di Van Tieghem.

Em todos os casos, a idéia de literatura européia parece ter sempre conservado: a) as relações entre literaturas nacionais b) das nações ocidentais do continente c) consideradas e qualificadas como “maiores”; essas d) são as mesmas que têm colonizado os mundos (ainda que dentro da própria Europa, que era a primeira terra a ser conquistada), levando onde quer que fosse a luz de uma civilização “superior” e “universal”: a luz ao seu poente.

Há aqueles que preferem o torneio de Brunetiere ou ainda o mapa centro-periférico de Larbaud – Curtius, mas é preciso todavia refletir acerca do fato de que ambos os modelos, assim como as suas variantes, são construídos em torno de uma ideologia fundada sobre o paradigma euro-ocidental hegemônico e universalista. E de ambos foram excluídas ou fortemente marginalizadas as literaturas portuguesa e russa. As literaturas de duas nações que conquistaram grandes impérios mundiais, partindo de duas situações iniciais paradoxais ou mesmo extremas: uma sendo a menor nação imperialista e a outra a maior de todas que quis se tornar sempre e ainda a maior. O extremo oeste e o extremo leste.

Em que consiste esta “história diversa” que pretendo propor? Antes de tudo, sustento ainda que é necessário reaproximar a história política à história literária de modo a dar vida a um verdadeiro “estudo cultural”, plural e complexo. Somente assim, nesse ambiente cultural, será possível aplicar o conceito de poética que eu denominei há algum tempo de “descolonização européia”.

Na prática, insisto, a modernização da literatura européia se concretizou – como já tinham intuído Marx e Engels em 1848 – não como sonharam Goethe e Frederico Schlegel a respeito da “poesia universal” que desejava livrar-se do coração alemão da Europa, mas a partir da conquista progressiva do mundo por parte das potências do imperialismo colonial maduro do século XIX. Foi Edward Said quem mostrou com clareza o vínculo entre as literaturas européias e o colonialismo, sobretudo em Culture and Imperialism, de 1993. Igualmente é verdade que as literaturas ocidentais deram impulso ao nascimento das literaturas extra-européias em línguas também européias que, ao interno de suas próprias línguas, interagiram com aquelas metropolitanas, as invadiram e as transformaram, as converteram e as “crioulizaram”.

A partir desse momento, em que se formam as novas literaturas “crioulo-mestiças”, se forma também, digamos assim, um “nó interliterário” entre as suas obras e os seus autores, e aqueles, autores e obras, das literaturas consideradas mães e/ou metropolitanas: textos, temas e escritores que se correspondem e se contaminam, até formarem uma verdadeira zona de mútua recepção disseminada, além de contaminar todos os mundos que estão ao seu redor.

Esse processo deveria estar sob os olhos de todos. Mas não estou certo desse fato. Todavia, é possível pensar de modo sintético a modernidade como um “system of 500 years”, segundo a definição de Noam Chomsky, que corresponde à conquista e à posse do planeta por parte do capitalismo europeu através de suas nações coloniais: as mais avançadas e civis; as mais ricas e bem armadas; as mais importantes e cristianas; as mais “espirituais” e “universais”, e por isso encarregadas de uma missão mundial: enfim, de uma “cultura imperial”. Assim, em todos os mundos, se verifica um imperialismo territorial ao qual pouquíssimospovos puderam verdadeiramente resistir: tais como algumas partes do Islã, a China, o Japão. Essa política erradicou e exterminou culturas e explorou terras, homens e mulheres, e crianças. No momento, o imperialismo, embora tenha se retirado da ocupação direta dos territórios, os controla à distancia através da força militar e economicamente. Esse regime imperial, inédito, constitui a “nova ordem mundial”, ou seja, a tão propalada, até mesmo entre os literários, “globalização”, que está sempre pronta a colocar ordem manu militari – nos Bálcãs e no Golfo Pérsico, na Nicarágua e no Pacífico – quando os seus interesses se impõem, e depois deixa que os eruditos se divirtam com as jogadas acadêmicas do “pós-moderno”, do “fim da história” e da própria globalização como argumento conveniente.

Se este é o theatrum mundi de nosso tempo, eu penso, entretanto, que as literaturas européias metropolitanas podem, antes de tudo devem, recontar ainda esse percurso da sua descolonização a partir de uma perspectiva invertida, ou seja, escrevendo uma história literária política. Explico melhor: sabemos que a colonização européia de outros povos (do século XVI ao século XVIII) e o sucessivo colonialismo imperialista são considerados como fases que precederam a atual “globalização geral” dos mundos. Nesse caso, sustento que esta deve reconhecer nesse mesmo curso colonial mundial a própria corrente histórica. Se analisarmos assim o desenvolvimento da modernidade, a história literária política que proponho poderia mostrar uma corrente diversa do Main Streamimperial e depois global: uma corrente de descolonização “espiritual”, e política: não apenas no sentido de um ponto de vista metodológico, mas, ainda e exatamente, pelo seu valor anti-imperialista.

Como soam estranhas essas palavras, n’ est-ce pas? Parecem armaduras lingüísticas absolutamente indecentes e embaraçantes, ou pelo menos fora de moda; uns resíduos sem sentido dos tempos ainda de Che Guevara e de Fanon, de Sartre e de Lumumba. Hoje em época da Internet, da “guerra humanitária” e do mercado livre, para que servem essas palavras? Continuo a sustentar que precisamente hoje a falta de uma linguagem e de uma praxe de rebelião intelectual e civil constitui uma das formas mais agudas de sofrimento para quem é oprimido e para aquele que procura encontrar uma porta de saída, ou pelo menos um clarão nas paredes escuras da caverna. Como dizia o jovem Presidente de Burkina Faso, Thomas Sankara, assassinado em 1987, por aqueles que o consideravam inoportuno e incomodo: “A África deve inventar o seu próprio futuro”. Essa é a tarefa que cabe também a todos aqueles que combatem em prol da África, dos pobres, como dizia Simone Weil, dos oprimidos pela globalização, os quais constituem 88% dos mundos, mesmo que esses combatentes vivam seus melhores dias entre aqueles 12% restantes da população mundial.

Retornemos à estrada literária de nosso discurso: do ponto de vista da descolonização, qual seria o valor político e anti-imperialista de uma história literária européia? O fato é que essa explora uma estrada historiográfica inaudita e especial porque apresenta e propõe uma espécie de hierarquia descendente da descolonização, ou seja, desde os primeiros impérios coloniais ibéricos, diga-se ainda, os primeiros também a descolonizar-se, até os cruéis imperialistas dos nossos dias: os USA e a Rússia euro-asiática. Esta hipótese historiográfica diversa propõe a mesma descolonização como um valor que diz respeito a nós mesmos enquanto europeus. Um valor somente reivindicado do ponto de vista de uma história das culturas metropolitanas européias que conseguiram evoluir gradativamente com as culturas colonizadas, através da criação aproximada daquilo que definimos anteriormente como um “nó interliterário” virtuoso e valoroso. Uma história que se cruzou, querendo ou não, com aquela do extermínio e da exploração, com a do capitalismo e, por fim, com a da globalização, mas que ainda é uma história diversa daquelas narradas pelas histórias das literaturas nacionais, ou ainda daquelas “comparadas” e “europeístas” (hoje existe até quem escreve as histórias das literaturas da Europa di Maastricht e de Schengen!).

Procurarei, a seguir, traçar uma espécie de perfil temporal, ainda insipiente e confuso, mas também simples e linear dessa “história diversa”. Primeiro é necessário, entretanto, recordar que esses tempos históricos são aqueles da cronologia oficial e que os valores que enuncio não derivam de ausências ou de “caracteres originários”, não declarados, das nações coloniais ou da sua mais ou menos violenta o maciça colonização: a esse respeito os portugueses foram vis tanto quanto os ingleses e os italianos. Tudo isso já fora dito com clareza e, acerca de tudo isso, não acredito que haja alguma confusão.

Os dois primeiros impérios coloniais criados pelas nações européias foramaqueles portugueses e espanhóis, por isso ali os encontramos no topo dessa graduação temporal decrescente da descolonização. Essas duas nações, desde o momento em que Cristóvão Colombo retornou do novo mundo, se afirmaram como impérios. Em 1493, o papa Alessandro VI Borgia faz-se mediador entre essas duas nações ibéricas, expedindo a Bula Inter Coetera com a qual traça uma linha planetária meridiana [a chamada linha de Tordesilha] ao longo do dorso central do Atlantico (raia) que serviria para separar a Terra em duas seções perpendiculares: a oeste os territórios que seriam conquistados pela Espanha, e a leste aqueles que pertenceriam à Portugal (que estava mais interessado na Ásia do que no Novo Mundo). As duas nações aceitarão parcialmente o ditame papal (deslocando a raia alguns quilômetros a mais para lá de Açores) assinando, um ano depois, o Tratado de Tordesilhas, que destinava o Brasil à Portugal, ainda que aquele país estivesse a oeste da linha divisória estabelecida pelo Tratado .

A literatura portuguesa terá um impulso formidável após as descobertas-conquistas do novos e longínquos mundos, cruzando repentinamente o seu destino com aquele da aventura oceanica e das terras extra-européias. A literatura lusitana cria com Luís de Camões o seu poema nacional, Os Lusíadas, composto entre os anos de 1545 e 1570. Este vem escrito não entre as almofadas e as cozinhas da corte de Lisboa, mas entre as Índias e o Camboja. A lenda conta que o seu manuscrito se salvou junto com seu autor, em um naufrágio à foz do Mekong parece mais uma história de Rambo do que aquela de um literato europeo que viveu a quase meio milênio.

Os Lusíadas não canta e nem narra viagens sobre o além-túmulo cristiano, nem sobre as regiões internas à Mancia, tampouco narra histórias acerca da ilha alegórica do “mago-Duca di Milano Prospero”, mas ilustra a aventura transoceanica de Vasco da Gama e de sua nau em direção à Índia, levando, para além da África, o empreendimento de Bartolomeo Dias. Com o poema Os Lusíadas, a literatura portuguesa se faz e se quer propriamente nacional: glória poética de uma aventura verdadeira e pura (e não aquelas de ficção e maravilhas criadas sobre uma escrivaninha) de um povo inteiro, que mora em um pequeníssimo território situado às margens do Atlantico da Europa, que conquistará por esta razão o mais desproporcionado dos impérios. Trata-se de um poema nacional que é, ao mesmo tempo, um mapa dos mundos.

O mito, ou melhor a auto-imagem, lusitano da Saudade, que atravessa a literatura e a cultura portuguesa, a partir do romantismo, foi interpretado por literários e históricos como “nostalgia do império perdido”. Parece-me que essa interpretação seria melhor inteligível se si compreendesse a saudade como nostalgia do initium imperii: de uma espécie de estado nascente de toda as aventuras e da sua total animosidade, ou seja, de uma vida, ainda e novamente possível, completamente por inventar sobre os oceanos, com as velas abertas em direção aos longínquos e desconhecidos mundos. Nostalgia do ativismo inaugural e sem limites que leva a uma glória inaudita e nunca vista (porque era exatamente “desproporcionada”), mas que se apagará na melancólica administração do existente, no olhar que se alimenta de “todos os sonhos do mundo” e vê a “Tabacaria” diante de si, como se pode ler na poesia de Álvaro de Campos-Fernado Pessoa (Pessoa define a si mesmo, entre as diversas formas de autodefinição que praticou, como “um sebastianista racional”).

saudade é a nostalgia de uma absoluta e temerária juventude, que tentou satisfazer todos os seus impulsos e sonhos, mas que foi interrompida prematuramente, como aconteceu com a vida do jovem rei Dom Sebastião, morto, em 1578, durante a batalha de Alkázar Kebir, em Marrocos, contra os Mouros. O poema de Camões foi exatamente dedicado a este rei que, naquela época, ainda não tinha atingido a maior idade. Um rei cuja morte provocará, logo em seguida, a queda de Portugal em mãos da coroa espanhola de Felipe II, e que produzirá um outro mito nacional lusitano: o Sebastianismo. A lenda-crendice de que o jovem monarca não teria morrido na batalha marroquina e que, mais cedo ou mais tarde, retornaria… e retomaria o fio interrompido da própria juventude e de seu povo, renovando aquele tal estado nascente de todas as aventuras possíveis. Assim, através dos séculos, Saudade e Sebastianismo amalgamam-se no fundo do corpo da cultura lusitana.

As duas nações imperiais ibéricas vêm passo a passo, ao longo desses 500 anos de modernidade, ladeada e sulcada pela nova literatura lusófona e hispanica até formar com elas uma espécie de comunidade literária conexa e integrada, que levaram as respectivas literaturas metropolitanas não a alcançar a categoria de líder, mas a interagir dentro da lusofonia e da hispanicidade. É o caso, por exemplo, das poéticas do modernismo brasileiro: do Manifesto antropófago de Oswald de Andrade, de 1928, ao “lusotropicalismo” do antropólogo Gilberto Freire, do início dos anos 1940.

O discurso que concerne à Espanha é um pouco diverso, mas desembarca no mesmo dique, ou seja, o revés (mais ou menos “canibal” – relativo à figura shakesperiana de Caliban que vem sendo lembrada pela cultura critica latino-americana) do centro metropolitano europeu e de sua ingestão por uma comunidade plural e mestiça. O chamado “boom” das literaturas hispano-americanas nos anos 1950 1960 trouxe à luz esse longo processo de mútua descolonização comunitária. Garcilaso de la Vega, índio mestiço, nascido em Cuzco no Peru, escreveu – entre os fins do século XVI e início do século XVII – obras históricas e épicas que abrem e instituem a chamada comunidade hispanica e americana. Garcilaso morre na cidade espanhola de Cordoba, em 1616, no mesmo ano em que morreram Cervantes e Shakespeare. E antes de Garcilaso, Alvaro Núñez Cabeza de Vaca, em seu Naufrágios de 1542, já havia narrado como um espanhol poderia transformar-se em índio, vagando da Flórida ao México.

Um dos mais “iluminados” pais da grande democracia dos Estados Unidos da América, Benjamim Franklin, em 1751, escrevia:

 

“O número de pessoas verdadeiramente brancas no mundo é muito pequeno. Toda a África é negra ou quase; (…) e também toda a América (excluindo aqueles que chegaram agora). Na Europa, os espanhóis, os italianos, os franceses, os russos e os suecos possuem uma cor que costumamos chamar de”pele escura”. Os alemães, dessa forma, também são escuros, a exceção dos saxões que formaram com os ingleses o corpo principal da população branca sobre a face da terra. Gostaria que esse número.”

O Senhor Franklin escreveu essas reflexões, certamente, muito antes de inventarem o pára-raio, mas já aos 45 anos de idade. Com Franklin passamos para a segunda etapa de nosso percurso cronológico, ou seja, aquela referente à colonização britanica juntamente com a francesa. Ambas partiram após as incursões ibéricas, entretanto construíram, até os fins do século XIX, os dois maiores e maduros impérios modernos. Podemos entender o que fizeram as duas nações que se mantiveram ali e se impuseram como verdadeiras “civilizadoras”: primeiro, a Grã Bretanha que fundou uma “cultura imperial” moderna. Os intelectuais imperiais do Reino Unido – como demonstrou Said – pensaram e levaram a todos a pensarem que o Novo Império teria superado Roma e todos os outros impérios de nossa história, bárbaros e rapinadores, levando consigo “o fardo do homem branco”, ou seja, o projeto civilizatório aos povos selvagens e primitivos, e que depois o teria transferido (em 1898, durante a guerra contra a Espanha pela conquista das Filipinas) aos Yankees: os ex-colonizados que teriam dominado o século seguinte, como já havia anunciado Kipling. E por último a França, a cristianíssima terra dos teóricos do “verdadeiro” domínio colonial: Sua Majestade Francisco I que teria feito mudar de lugar o nó borgiano do infame Tratado de Tordesilhas. A França do Iluminismo e da Revolução burguesa.

Os impérios britanicos e franceses foram liquidados nos anos de 1959 e 1969, certamente com as últimas guerras mediterraneas de Argélia, de Chipre e de Suez (e nesta última as duas iluminadíssimas nações européias estavam juntamente contra Nasser e contra o “nacionalismo árabe” que assim vinha sendo chamado em Europa).

Como os impérios britanicos e franceses já tinham construído os mais modernos e extensos impérios coloniais – o colonialismo belga e o holandês são aqueles largamente assimiláveis – produziram também uma grande quantidade de “teoria pós-colonial que hoje ocupa a mente de tantos intelectuais e acadêmicos europeus, americanos, africanos, asiáticos e australianos. Trata-se de um vasto e respeitável debate civil in fieri que tende a obscurecer, contudo, relembrando o cubano R. F. Retamar, as formas da descolonização dos ex-impérios ibéricos e, ao mesmo tempo, serve de testemunho de como a descolonização britanica e francesa se moveu através de trajetórias diversas daquelas vistas até então, e ainda de como essa questão é algo muito amplo para o nosso tempo.

É importante ter clareza do fato de que as duas mais importantes literaturas metropolitanas da modernidade não parecem tão integradas às culturas ditas “filhas”, como no caso lusitano e castelhano. Com a advento do imperialismo planetário americano, da globalização dos mercados e da fratura cada vez maior entre Norte e Sul do mondo, os escritores da descolonização africana e asiática, e os escritores e artistas negros e de outras minorias não-yankees norte-americanas parecem antes interpretar esse fato a partir de um rol de resistência e de oposições políticas e, em certos casos, também lingüísticas, a exemplo da “escolha do árabe” feita por alguns escritores maghrebini (francófones) ou da “escolha do kikuyu” pelo queniano Ngugi Wa Thiong’o (anglófono).

As literaturas caribenhas exprimem hoje uma vitalidade mais desprendida em direção a uma “civilização crioula”, isto é, uma nova cultura mundial que parece querer suplantar o império cultural de origem européia, sobretudo aquele de cunho norte-americano, cuja intenção é o de globalizar de único modo, não-crioulo, os mundos.

Atrasado e esquecido, o terceiro par de nações européias coloniais é formado por Itália e Alemanha que, juntas nesse atraso pelas conquistas imperiais, também foram seguidas, no seio da mesma Europa, por outros países desde Albania à Grécia, da Áustria à Polônia e por todos aqueles da área central da Europa. Itália e Alemanha remexeram em seus passados coloniais e ignoraram absolutamente de haver uma questão pós-colonial a enfrentar. Os escritores de outros mundos que se exprimem nas línguas italianas ou alemães são os emigrados dos últimos dez anos e as “minorias” ainda dos velhos impérios centrais de língua alemã.

Na fila dessa graduação temporal dos impérios coloniais europeus, encontramos dois verdadeiros “monstros” (no sentido latino da palavra, mas também no sentido moderno). O seu destino, ainda que de maneira diversa, pertence mais ao futuro do que ao passado. Refiro-me aos Estados Unidos da América: a ex-colônia inglesa que nesses dois séculos se transformou na metrópole mundial. Essa nação carrega em seu seio a inquietação pós-colonial das vicissitudes multiéticas e da sua própria constituição imigratória que não foi resolvida com o tempo e nem a partir do esperado e elogiado modelo do melting pot.

Refiro-me também à Rússia que ainda é um império territorial euro-asiático. A maior nação (que não é uma nação) do mundo, de “St. Petersburgo” a Vladivosck. Um império esfacelado, mas que nega reconhecer-se como império e insiste na idéia de ser uma nação, ainda se confederativa. Para os EUA, o presente e o futuro assemelham-se ao personagem imperial do superpolicial interplanetário a serviço das potências econômico-financeiras transnacionais. Para a Rússia, presente e futuro parecem ser aqueles tempos de um império que sobrevive a si mesmo em atraso com relação ao mundo. Uma nação européia exterminada e com um imenso território asiático: alheio e mudo, senão, no caso de Cáucaso, rebelde e islamico.

E as outras nações européias, perguntareis agora? Pequena como Portugal, ou talvez menor, mas que não têm ou nunca tiveram (ou querido ter) impérios coloniais? Como participam dessa “história diversa”? Acredito que elas tenham tido um outro destino, ou seja, a de afirmar-se como impérios coloniais intra-europeus – a Grande Hungria, a Grande Sérvia – ou mesmo que tenham lutado para não ter a mesma sorte de serem vítimas dessa história colonial: da Irlanda a Malta, da Finlandia à Grécia, da Islandia à Eslováquia. Ao contrário, parece que esses países sempre cultivaram uma imagem própria de “nação européia”, sobretudo através da língua e da literatura. Nação quer dizer: identidade independente. Europa quer dizer: no interior de uma vasta civilização comum e entrelaçada.

Talvez a história da Europa pudesse ser concebida como uma história de conflitos coloniais internos e externos, e de utopias humanísticas e idealísticas, às vezes dignas, às vezes ainda concretas: a história das pequenas nações não coloniais que, por exemplo, nos momentos de libertação, tiveram de lutar pela sua independência. Mas, sobretudo, histórias de conquistas territoriais e de comando sobre os outros povos: desde a invasão dos povos Kurgan (que a academia européia preferiu chamar de povos indo-europeus e/ou arianos, como nos mostraram M. Bernal e M. Gimbutas), a partir do V milênio antes de Cristo, até os nossos dias.

Esta aproximada “história diversa” da cultura literária européia, em suas diferentes relações com o mundo e a partir dos primeiros colonizados, desenha ainda a moldura daquela que eu chamei de “nova Literatura dos Mundos”, que flui da América à África e à Austrália. Os grandes centros de resistência asiáticos parecem ficar fora desse roldão, tais como as nações islamicas, a China e o Japão. Essas duas últimas, a partir da segunda metade do século XX, começaram a se questionar, e definir, qual seria o significado e o valor de suas relações com a assim chamada civilização ocidental e com o regime do capitalismo “democrático”. Enquanto o Japão tem desafiado o ocidente na corrida econômica, a China ficou para trás, devido a um longo processo no qual se distanciava do maometismo, no entanto desenvolveu uma reflexão muito importante acerca do problema referente ao imperialismo ocidental. Os ensaístas e literários chineses (os comparatistas em particular) falam de uma China de modernizações cujo significado e valor vinham ao encontro da Europa, enquanto o que diz respeito às outras civilizações se fala, por exemplo, de trauma da colonização.

Literatura dos Mundos não é mais, desse modo, representada como sendo uma concessão romantica da Weltliteratur e tampouco pela atual Literatura Global, imposta pelo novo capitalismo telemático que mantém um controle planetário e que trata os títulos dos livros como aqueles da bolsa de valores. Esta é a nova “Literatura Mundial” que existe através dos mecanismos de interesse/lucro, do poder e da comunicação de massa e que a essa corresponde. Ao lado dessa literatura e contra ela, ainda que exista (mais ou menos) uma zona móvel na qual ambas (a literatura dos mundos e a literatura global) se sobreponham e trabalhem em conjunto, opera uma Literatura dos Mundos que iniciou um colóquio plural e contínuo de quem quer inventar o futuro, e o faz a favor dos 100% da humanidade, sem que essa tarefa tenha como fundo qualquer imposição ideológica (metafísica) ou pretensão de recompensas: o faz porque alguém deve cumprir essa tarefa. Porque alguém deve ser aquele que trabalha em prol do melhoramento e salvação dos outros e, se for possível, de todos os outros.

Acredito que hoje ao se falar de “Literatura mundial” é necessário prestar atenção a esse mapa: uma Literatura global, que é precisamente aquela que corresponde à globalização e à transformação de tudo em mercadoria, ao domínio cultural do mercado-pensamento-único, e uma Literatura dos Mundos que é singular, não porque seja unificada, mas porque revela a capacidade da literatura de traduzir-se e traduzir os mundos, a pluralidade dos discursos e das culturas que se aliam contra a globalização e que mantêm entre si um diálogo aberto através das migrações, das hibridações, da mestiçagem: aquilo que Glissant denomina de “créolization du monde.”



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